Archivio mensile:novembre 2016

PERA VOLPINA

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Che dire di questo meraviglioso frutto che per fortuna ormai è tornato ad essere familiare anche alle generazioni più giovani…
La pera volpina nasce in maniera spontanea nelle colline romagnole e per fortuna appartiene ormai alla lunga schiera dei frutti che si stavano dimenticando. Il frutto ha una consistenza abbastanza dura e il suo sapore non è gradevole se assaggiata cruda. Il miglior modo per cucinare la pera volpina è “lessarla” nel vino o comunque cuocerla in forno coperta da sangiovese e spezie come in questa ricetta tipicamente romagnola http://www.mangioromagnolo.it/pere-volpine-al-sangiovese/.  
E’ un dessert squisito in cui la morbidezza della salsa di sangiovese ormai sciropposo dopo la lunga cottura in forno conferisce alla pera volpina cotta un sapore che completa senz’altro il piatto e fa godere il palato.
La pera volpina fa parte anche di tutti quei frutti che vanno ad unirsi nel “savor”, la tipica confettura romagnola in cui si sposano tanti tipi di frutta secca e non e di cui pubblicheremo a breve nostra modesta, ma valida ricetta.

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I SUCIALESTA (O I “CARATIR”)

I SUCIALESTA

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L’origine di questo bizzarro nome mi sfugge, anzi approfitto per lanciare un appello online a chi di voi può aiutarmi nel recuperare questa interessante informazione. Per ora mi limito a darvi il link a questa ricetta che forse solo i più vecchietti tra noi ricorderanno. Già con la generazione dei miei genitori è andata svanendo la tradizione di questa minestra che io trovo gustosissima e molto adatta alla stagione autunnale.
Si tratta di una minestra densa, corposa. La densità del brodo è data dall’utilizzo della farina di polenta che deve essere in proporzione di 3 a 1, ossia per ogni parte di farina bianca si utilizzano 3 parti di farina gialla.
Questa minestra così densa e appetitosa viene condita con un soffritto a base di abbondante scalogno romagnolo. Io non utilizzo più il lardo per rosolare la cipolla o lo scalogno, ma preferisco utilizzare un ottimo olio extravergine di oliva (magari Brisighello)

 

I SUCIALESTA

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Come si prepara la pasta all’uovo

PASTA ALL’UOVO

Oggi come nei bei tempi andati occorre setacciare la farina a fontana sulla spianatoia e al centro si rompono le uova (una per commensale) e per ogni uovo si considerano 100 gr di farina setacciata.

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L’impasto va lavorato prima con una forchetta e poi via via sempre più energicamente finché non risulterà liscio e omogeneo. La vera massaia ottiene un impasto omogeneo e non troppo duro premendo con forza la pasta con il carpo della mano  e piegando e ripiegando la pasta su se stessa, ondeggiando con tutto il corpo, quasi fosse una danza.

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Dopo aver fatto riposare la pasta per mezzora, si inizia a tirarla col mattarello. La sfoglia perfetta sarà uniforme, rotonda, senza buchi e dello spessore desiderato (a seconda del tipo di pasta che faremo). Prima di utilizzarla, per non farla asciugare troppo, è consigliato ricoprirla con un canovaccio.

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I SABADON – CURIOSITA’

…Da anni avevo dimenticato il sapore dei tortelli con la sapa o saba (se lo vogliamo dire in maniera dialettale) e, recuperata la ricetta della mamma, mi sono messa all’opera (trovate qui la ricetta).
Per fortuna negli ultimi tempi sta tornando la voglia e il desiderio di recuperare le antiche tradizioni, quelle che purtroppo sono state in gran parte tramandate quasi esclusivamente in via orale… Quelli che un tempo erano prodotti che in campagna venivano utilizzati piuttosto comunemente (anche se solo per le grandi occasioni), oggi si trovano nei migliori negozi di gastronomia dove rappresentano una costosa nicchia di mercato. E’ appunto il caso della sapa, una sorta di sciroppo che un tempo non poteva mancare nelle case perché veniva utilizzata per svariati dolci: crostate e tortelli,  per non parlare del “savor” che a breve pubblicheremo in diverse versioni…

sabadon 

Non tutti però sanno che un tempo la ricetta dei tortelli di sapa o “sabadon” era molto più povera: il ripieno dei ravioli si otteneva mischiando castagne e fagioli lessati in pari quantità profumati dalla sapa e dalla scorza del limone. L’impasto dei ravioli era ancora più semplice: farina e acqua tiepida. La cottura avveniva in abbondante acqua salata, come per la comune pasta. Una volta cotti, si asciugavano sopra un tovagliolo e si inzuppavano con la sapa. Col passare del tempo la ricetta si arricchì e cambiò anche la modalità di cottura, anziché lessarli, si iniziarono a cuocere su una teglia da appoggiare su una graticola oppure (in tempi più recenti) da infornare.

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